
di fr. FRANCESCO DILEO, OFM Cap.
Con la chiusura della Porta Santa della Basilica vaticana di San Pietro, il 6 gennaio Leone XIV ha collocato nella storia il terzo Giubileo di questo secolo e del millennio, il secondo ordinario, dopo quello del 2000, preceduto da quello straordinario della Misericordia del 2016.
In attesa del prossimo, anche questo straordinario, nel 2033, per il bimillenario della redenzione, non possiamo relegare l’Anno Santo appena terminato nella dimensione temporale del passato, conservando nella memoria solo gli eventi più significativi, come l’avvicendamento di due Pontefici o come le canonizzazioni dei due giovani Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, seguite da quella altrettanto significativa di Bartolo Longo, apostolo della preghiera e della carità, nonché estimatore del nostro Padre Pio.
Resta e deve restare, del Giubileo ormai terminato, l’impegno per la speranza, che ora non dobbiamo più considerare come un “tema”, bensì come virtù da praticare e da contribuire a diffondere, di cui l’umanità contemporanea ha sempre più bisogno. Forse, non a caso, nell’udienza giubilare del 6 dicembre scorso, in pieno periodo di Avvento, il Santo Padre ha invitato i cristiani a farsi carico dell’eredità profetica che ci è stata ricordata proprio nella solennità dell’Incarnazione del Dio che si è fatto uomo. Un’eredità che dobbiamo far fruttare nel tempo che ci attende. «Il Natale di Gesù – ha detto Papa Prevost – ci rivela un Dio coinvolgente: Maria, Giuseppe, i pastori, Simeone, Anna, e più avanti Giovanni Battista, i discepoli e tutti coloro che incontrano il Signore sono coinvolti, sono chiamati a partecipare. È un onore grande, e che vertigine! Dio ci coinvolge nella sua storia, nei suoi sogni. Sperare, allora, è partecipare. Il motto del Giubileo, “Pellegrini di speranza”, non è uno slogan che tra un mese passerà! È un programma di vita: “pellegrini di speranza” vuol dire gente che cammina e che attende, non però con le mani in mano, ma partecipando». Quindi ha spiegato: «Nei problemi e nelle bellezze del mondo, Gesù ci aspetta e ci coinvolge, ci chiede che operiamo con Lui. Ecco perché sperare è partecipare!».
Dobbiamo, quindi, mantenere vivo nel nostro cuore e coltivare con le opere il segno forte della speranza, che rifiorisce in modo rigoglioso e permanente dal germoglio spuntato da un tronco reciso (cfr. Is 11,1), come ci è stato ricordato sempre nel tempo forte dell’Avvento. Dio sceglie proprio ciò che appare piccolo e debole per far nascere la sua novità. Perché solo chi ha chiara consapevolezza della propria piccolezza e della propria debolezza può riconoscere e accogliere la grandezza e l’onnipotenza del Signore. Per questo san Francesco ha scelto di vivere nella dimensione della minorità, poi abbracciata da tutti coloro che hanno deciso di seguirlo. Così quella dimensione è diventata e diventa il “luogo” in cui Dio si compiace di far sbocciare il nuovo, come ha fatto nell’esistenza del nostro venerato confratello Pio da Pietrelcina. San Francesco non ha sperato perché si sentiva forte, ma perché si considerava piccolo. Ha scoperto che la speranza cristiana non si fonda sulle proprie capacità o sicurezze, ma sulla fiducia radicale in Dio che, scegliendo di nascere nella carne, è presente nelle nostre fragilità e nelle nostre povertà.
Il Natale ci ha ricordato che la speranza si mantiene viva solo se resta radicata nell’attesa e nell’umile certezza che Dio opera anche quando non vediamo; che Lui prepara e fa generare fioriture dove noi siamo in grado di osservare soltanto tronchi recisi e secchi. Non dimentichiamo questa lezione. E sarà sempre Natale e sarà sempre Giubileo, in ogni giorno che il Signore ci concederà di vivere.
Auguri!