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Quaresima, deserto e povertà

Anno LVII – n. 3 – Marzo 2026

di fr. FRANCESCO DILEO, OFM Cap.

«La Chiesa ogni anno si unisce al mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della “Quaresima”». Così, il Catechismo della Chiesa Cattolica ci offre una pista di riflessione per comprendere il periodo che stiamo vivendo, spiegando: «I Vangeli parlano di un tempo di solitudine di Gesù nel deserto, immediatamente dopo che ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni: “Lo Spirito lo sospinse nel deserto” (Mc 1,12) ed egli vi rimane quaranta giorni digiunando; sta con le fiere e gli angeli lo servono. Terminato questo periodo, Satana lo tenta tre volte cercando di mettere alla prova la sua disposizione filiale verso Dio». Segue una sottolineatura: «Gesù respinge tali assalti» (cfr. CCC 538-540).

Qual è, dunque, il “deserto” che siamo chiamati a vivere, come cristiani, come devoti di Padre Pio e, conseguentemente, come seguaci di san Francesco? Il Poverello di Assisi ci esorta a seguire l’esempio di Gesù: «Il Signore, quando rimase nel deserto, dove pregò e digiunò per quaranta giorni, non si fece costruire una cella né casa alcuna, ma dimorò sotto una roccia del monte. Noi lo possiamo seguire, secondo la forma prescritta, non possedendo nulla di proprio, quantunque non ci sia possibile vivere senza l’uso di abitazioni» (FF 645). La chiave di interpretazione di questa esortazione è la frase «non possedendo nulla di proprio», atteggiamento non incompatibile con «l’uso delle abitazioni».

La povertà francescana, che rappresenta una sorta di permanente rifugio nel deserto del distacco dai beni materiali, non è un’autocondanna a vivere di stenti per aver scelto di rinunciare al necessario o addirittura all’essenziale, ma consiste nel considerare tali beni non un nostro possesso, quasi parte integrante di noi stessi, in qualche caso persino più importanti di noi stessi, quando per la «roba», di cui scrive Giovanni Verga, si auspica un destino eterno. La povertà cristiana e francescana si realizza nell’avere senza farsi imprigionare da ciò che si ha, nell’usare senza farsi usare, nel mettere le cose (anche le più preziose) nel giusto posto della scala dei valori, cioè dopo Dio e dopo il prossimo.

Significativo, a tal proposito, è un episodio che ha dato a Padre Pio la possibilità di esprimersi in merito. Il venerato Confratello si trovava nel giardino del convento con alcuni ospiti, tra cui un nipote di Papa Pio XII e un frate forestiero molto anziano, che, durante la conversazione, prese dalla tasca un pettine e cominciò a sistemarsi i capelli. Solo che quel pettine era molto particolare: aveva un solo dente. La curiosa scena attirò l’attenzione di Padre Pio, che, dopo essere rimasto ad osservare, disse: «Fratello mio, la vuoi buttare quella cosa là». Il vecchio cappuccino replicò: «Eh, Padre Pio, lo voglio buttare? Ancora serve!». Lo stimmatizzato insistette: «A cosa serve? Ha un solo dente, buttalo fratello mio». A questo punto intervenne il principe Pacelli: «Padre, mi stupisco. Questo suo confratello dà prova di tanta umiltà, di tanto attaccamento alla povertà e lei ad un certo punto si permette di fare questa osservazione. Mi stupisco di lei». Rimasero tutti in silenzio per alcuni minuti. Poi, Padre Pio, senza scomporsi, spiegò: «Io non ho detto al mio confratello di comprarsi un pettine d’oro o d’argento, ho detto di comprarsi un pettine, perché fino a prova contraria uno strumento con un solo dente si può chiamare aratro, ma non si può chiamare pettine».

Così sia la nostra Quaresima: ci insegni a usare ciò che abbiamo senza renderci schiavi del possesso, a distinguere fra povertà formale e libertà interiore dai beni materiali. Solo così potremo, anche noi, vincere ogni tentazione e orientare il nostro cuore verso l’unico e sommo Bene, che nel prossimo mese contempleremo risorto, dopo essersi distaccato da tutto, persino dalla vita.

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