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Il significato di una presenza

Anno LVII – n. 2 – Febbraio 2026

di fr. FRANCESCO DILEO, OFM Cap.

Lo scorso 6 gennaio, durante la Messa vespertina dell’Epifania del Signore, ho annunciato che il prossimo 26 aprile avremo l’onore di accogliere, nel nostro Santuario di San Giovanni Rotondo, il mantello di san Francesco d’Assisi, da lui donato a santa Elisabetta d’Ungheria, attualmente custodito presso il convento dei frati cappuccini di Parigi.

Subito dopo, ho ritenuto opportuno precisare: «La presenza di questa reliquia sarà occasione per continuare ad attingere alla spiritualità del Poverello di Assisi e a rinnovare il nostro impegno a vivere, come lui, secondo il Vangelo, ponendoci sotto il suo mantello protettivo e invocando la sua intercessione per ottenere la fine delle guerre, che tolgono all’umanità quella “pace” e quel “bene” che egli soleva augurare a ogni fratello in Cristo».

Si tratta di un’opportunità che intendiamo offrire non soltanto a quanti hanno deciso di seguire le orme del Santo di cui, quest’anno, commemoriamo l’VIII centenario del suo ingresso nella gloria eterna. Il richiamo alla coerenza con il comandamento unico dell’amore, rilanciato da Gesù con la parola (cfr. Mt 22,37-39) e con la testimonianza, giunta al culmine con la sua passione e morte, il serafico Padre non lo rivolge soltanto ai suoi frati o alle clarisse o ai laici dell’Ordine secolare da lui ispirato, ma a ogni credente che vuole vivere con autenticità l’adesione a Cristo che professa con le labbra.

Ciascuno di noi, a prescindere dal suo ruolo nell’ambito della Chiesa, deve sentirsi interpellato da san Francesco a percorrere la via della concordia, espressione concreta di quell’amore su cui deve basarsi l’impegno a considerare gli altri come fratelli. La minorità praticata e desiderata dall’Assisate è, infatti, anzitutto via di concordia: chi si fa minore non cerca il dominio, non pretende, non vuole imporsi a tutti i costi, ma apre sempre nuovi spazi di accoglienza e di dialogo. Accoglierci gli uni gli altri, nello scambio di opinioni, nel confronto leale, nel rispetto, significa guardarsi reciprocamente come un dono di Dio, significa mettere al centro non le mie idee ma il bene comune, non il mio carattere e le mie esigenze, ma le necessità di tutti. Un altro insegnamento che ci ricorderà la reliquia del mantello, richiamando alla mente di chi verrà a venerarlo colui che lo ha indossato, è la necessità di rendere concreta e operosa la virtù della carità, attraverso comportamenti e gesti di solidarietà. La solidarietà, infatti, è uno dei tratti distintivi di una comunità cristiana. Dovremmo sempre di più sensibilizzarci in questo esercizio, che si esprime attraverso attenzioni semplici: uno sguardo che sostiene, un servizio fatto senza rumore, una fatica condivisa, un ascolto che non giudica. È, questo, non solo l’unico modo per creare armonia e concordia, ma anche per rendere presente l’amore con cui Dio si è fatto vicino all’umanità. Ciò che, a mio avviso, dovremmo sempre di più comprendere è che la solidarietà non ci impegna solo verso i “poveri” di fuori, che comunque sempre dobbiamo soccorrere, ma anche verso i “poveri” di dentro, che possiamo riconoscere in chi ci sta accanto: nel confratello, nella consorella, nel marito, nella moglie, nel genitore, nel figlio, nel vicino di casa, nel collega di lavoro, in chiunque fatica ad emanciparsi dalle sue fragilità, si porta dentro lo strazio di ferite nascoste o ha bisogno di essere accolto con maggiore delicatezza e compassione.

Solo orientando la nostra esistenza secondo il precetto evangelico dell’amore potremo divenire efficaci costruttori di pace e chiedere, con la credibilità che scaturisce dalla coerenza, al Signore questo prezioso dono per ogni luogo e ogni tempo della storia.

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