
di fr. FRANCESCO DILEO, OFM Cap.
Sabato 30 gennaio 1965 la grande Inter di Helenio Herrera salì a San Giovanni Rotondo, alla vigilia della partita di campionato con il Foggia di Oronzo Pugliese, e si recò in convento accompagnata dal dott. Giuseppe Sala, brianzolo trapiantato a Milano, medico di Casa Sollievo della Sofferenza e medico personale di Padre Pio. Il breve incontro fra la quadra e il Cappuccino stimmatizzato avvenne in sagrestia. Un giovane frate, padre Silvano Monopoli da Cerignola, che all’epoca aveva 27 anni e che da due era stato ordinato sacerdote, osservava la scena da lontano, nonostante fosse un accanito sostenitore nerazzurro e si considerasse un valente calciatore, per non sottrarsi ai compiti che derivavano dalla sua mansione di sagrista. Giocatori e allenatore restarono a dormire nella cittadina garganica. La mattina seguente, intorno alle ore 6,00, padre Silvano stava assistendo Padre Pio durante la confessione degli uomini, per la quale occorreva prenotarsi, e si accorse che tra i penitenti c’erano anche Sandro Mazzola e Armando Picchi. A distanza di tempo, così l’ex sagrista ha narrato l’evolversi di quella situazione sulle pagine di Campania Serafica: «Li riconobbi, erano proprio loro: Mazzola e Picchi. Pensai che certamente non erano tornati solo per vedere Padre Pio, dato che avevano già avuto la possibilità di farlo il pomeriggio del giorno precedente, ma forse per avere un incontro o un colloquio breve con lui. Sì, qualcosa mi diceva che quei ragazzi volevano di più di una pacca sulla spalla dal Padre, riuscivo a leggerlo nei loro occhi, anche se non volevo metterli in imbarazzo, insistendo nel guardarli e cercando di capire il motivo della loro presenza. E così, mentre tra me pensavo tutto questo, si avvicinò Mazzola: “Padre, possiamo confessarci da Padre Pio”. Non mi ero sbagliato, quanto tra me avevo immaginato si andava avverando. Avrei dovuto trovare in fretta una soluzione, era chiaro! Volevo accontentarli e mi rammaricavo. No, non potevo far nulla per loro, avrei violato le disposizioni ricevute e anche questo non volevo. “Padre – mi fecero a bassa voce e avvicinandosi di più a me nell’atto di confidarmi un segreto – noi siamo qui senza alcun permesso del mister e rischiamo di andare incontro ad un provvedimento disciplinare, quindi ci faccia la cortesia, ci consenta di incontrare Padre Pio. Immagini il dispiacere di andare via senza parlare con lui”. Soffrivo, perché sapevo di non poter essere loro tanto di aiuto. Soffrivo perché forse in quello stesso momento avrebbero dovuto riposarsi e trovarsi corroborati per la partita che avrebbero giocato dopo mezzogiorno e io, coi miei tentennamenti, rischiavo di deludere le loro aspettative e far loro perdere una partita. All’improvviso sentii una voce che conoscevo bene: era quella di Padre Pio. “Guagliò, mandamene un altro”, mi disse. E io, veloce, presi per il braccio Mazzola, quasi temendo che il Padre cambiasse idea, e lo feci entrare in confessionale. Ero felice, pensavo che almeno uno dei due era riuscito a confessarsi. Dopo un po’: “Mandamene un altro”. E mandai Picchi. Commossi, andarono via dal convento. Era la gioia più grande che mai avessero provato; era la loro partita e avevano segnato!».
Sul campo, invece, andò diversamente. Il Foggia sconfisse l’Inter, che quell’anno avrebbe vinto lo scudetto, per tre reti a due: due di Nocera e uno di Lazzotti per i locali, gol di Peiró e Suarez per gli ospiti.
Cinque anni dopo la morte di Padre Pio, padre Silvano da Cerignola è stato conquistato da un amore umano. Nel 1973 ha ottenuto una regolare dispensa per lasciare l’Ordine dei frati minori cappuccini e per sposarsi con una sua compaesana. Ha ripreso il suo nome civile, Michele Monopoli, ha avuto un figlio ed è vissuto prima a Vittorio Veneto e poi ad Ascoli Piceno, dove è morto il 5 maggio scorso, senza mai dimenticare i tanti momenti vissuti con il Santo di Pietrelcina, soprattutto quando, su sua insistente richiesta, lo confessò.